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Più libero di prima

Oggi vi racconto una storia, una storia a cui sono particolarmente legato.

La storia è quella di Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, che sono stati al centro di questa brutta storia nel 2010 e sono stati incarcerati nel District Jail di Varanasi (Uttar Pradesh), in India.

La loro storia diventerà presto anche un film, grazie ad una campagna di crowd-funding portata avanti dalla famiglia di Tomaso e ad altri collaboratori.

Non ho mai conosciuto Tomaso ma una cosa ci accomuna: entrambi siamo passati da Varanasi e mentre lui è stato arrestato io soggiornavo ancora in India. Per questo, sin dal primo momento, mi sono appassionato alla vicenda, capendo quelle difficoltà e quegli intoppi burocratici che la loro vicenda ha attraversato fino ad arrivare ai numerosi rinvii delle udienze della Suprema Corte di New Delhi, che qualche giorno fa ha finalmente dichiarato la loro innocenza, annullando una condanna all’ergastolo per entrambi.

Come Tomaso anche io andai in India per trovare una mia dimensione e per farmi “ispirare” da quella terra così mistica e caotica, per farmi travolgere dal caso, dal mondo, per entrare in contatto con qualcosa di più grande che mi indicasse una via e anni dopo posso dire che quel viaggio mi ha molto segnato.

Ora che la loro storia si è conclusa positivamente con la loro liberazione, oggi posso dire che anche io mi sento un po’ “più libero di prima”.

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Una piccola storia

Negli anni, viaggiando, capisci che ci sono quei momenti, quei brevi momenti che ti resteranno di un viaggio.

Magari non è per forza un momento in cui succede qualcosa di particolare, a volte è solo un momento di silenzio, un momento di realizzazione e razionalizzazione

– Sono qui, in questo posto magnifico.

Il momento che mi è venuto in mente oggi ve lo voglio raccontare: due anni fa, di questi tempi, mi trovavo in Sri Lanka in un piccolo paesino di mare chiamato Unawatuna. Il paesino è un piccolo paradiso tropicale, disseminato di palme da cocco, baracche di pescatori ma anche hotel, guest house, ristoranti costruiti sul bagnasciuga e quanto di meno poetico questo secolo ha saputo produrre.

Ad Unawatuna ero andato per sfuggire alla rumorosa quiete di Colombo, dove ero stato ospite di un cingalese benestante iscritto a Couchsurfing. Mi pareva il posto giusto per avere una piccola stanza per me, spendere poco e stare a contatto con la natura. La scelta si rivelò azzeccata, oltretutto era bassa stagione (Agosto è tempo di monsoni) e il paesello era mezzo vuoto, le guest-house affittavano a prezzi stracciati e io mi godevo gli spazi modellati per accogliere l’orda di turisti dell’alta stagione da privilegiato.

Ad Unawatuna rimasi una decina di giorni, parlai con poche persone e feci lunghe passeggiate perdendomi nei vicoli lussurreggianti del paesello che spunta all’improvviso sulla strada che da Galle porta a Matara.

La sera, invece, facevo una doccia e uscivo a cenare ogni sera in un ristorantino diverso, provando vari gusti e vari sapori, dall’originale cibo cingalese, così diverso dall’indiano, fino alle varie imitazioni di cibi stranieri preparati ad uso e consumo del forestiero da spellare per via della sua nostalgia gastronomica.

Ecco, una di quelle sere andai a cena in un piccolo ristorantino dall’aria jamaicana, era poco più di una piccola terrazza sulla spiaggia e i tavolini erano poggiati direttamente sulla sabbia. Servivano ogni genere di pesce fritto e dei piatti di riso e verdure fritte non male. La particolarità del locale era che c’era un grosso impianto stereo nel quale suonava un cd di successi di Bob Marley, musica che ho sentito e risentito fino ad esserne quasi anestetizzato.

Ma in quel piccolo anfratto di Asia, quella sera, davanti a quell’oceano così grande e a quel cielo che sembrava quasi volermi inghiottire sembrava che tutto fosse al suo posto. Per qualche breve istante il vento che muoveva i fili di lampadine colorate, le note di Natural Mystic che galleggiavano nell’aria umida e il ruggire delle onde si fusero in un’unica sensazione di benessere e di bellezza; persino il gracchiare delle casse pareva dare un tocco verista al quadro.

E ora, diverso tempo dopo, era questa la piccola storia che vi volevo raccontare.

Link al nuovo blog

Salute, Indoitaliani di ogni genere e credo.

Il blog è temporaneamente chiuso causa mancanza di ispirazione e tempo, nell’attesa di un nuovo viaggio in India.

Nel frattempo potete trastullarvi leggendo il mio nuovo blog, L’Inconfessabile.

 

L'Inconfessabile - Ciò che non si può dire lo scrivo

 

Saluti

Ultimatum

Ma c’e’ qualcuno che legge e che commenta in questo blog?

No perche’ se non vedo segnali di vita in una settimana sto pensando pure di chiudere.

dubbi

Se c’e’ una cosa che non posso evitare quando penso ad andare in campagna e’ non pensare a questa canzone:




Dopo anni ed anni passata ad ascoltarla durante le superiori assieme al caro amico Cico e’ diventata nel mio cervello sinonimo di estate, fuga dalle costrizioni’ e liberta’. Mi ricorda la finestra della camera di Francesco aperta sulla corte della cascina doveve viveva allora.

Se c’e’ un colore che associo a quest’immagine e’ il giallo, il giallo della terra d’estate quando e’ caldo e il sole ti brucia il cuoio capelluto.

Lo stesso colore, il giallo, avrei ritrovato in India quando mi sarei diretto verso la campagna come passo obbligato verso la destinazione interiore che era il vero scopo del mio viaggio. Ma prima di parlarvi di questo devo ancora raccontarvi come fini’ all’ostello, non vorrei mai perdere il filo.

In foto: un altro che non voleva assolutamente perdere il filo

Dunque, tornando alla favella, la sera tornai vestito per benino all’ostello districandomi dalla rete di viuzze che e’ Pushkar facendo attenzione alla strada in vista del ritorno. Scoprii che le lasagne all’indiana sono piccanti, speziatissime da morire (chi l’avrebbe mai detto?) e scoprii anche che in India si fa fatica a trovare le teglie di alluminio e quindi il povero cuoco aveva dovuto infilare la lasagna in una pentola normale. Fatto sta che la lasagna aveva una dozzina di strati, era un cilindro di lasagna sovrabbondante di pomodoro, formaggio da due soldi e verdure ma il bello doveva ancora venire. Una volta a tavola con gli altri stranieri invitati al banchetto il cuoco ( e proprietario dell’ostello ) mi porse il cucchiaio d’acciaio e mi disse:
– Tu che sei italiano! tagliala tu la lasagna!

Ecco. Potete immaginare cosa voglia dire fare le porzioni piu’ alte che larghe di lasagna con una presina improvvisata e la spatola da cucina: mission impossible.

In ogni caso ci riuscii in qualche modo e mangiammo. E mentre il sole cadeva dietro ai monti e ci saziavamo di prelibatezze indoitaliane il gestore mi propose la sua stanza ad un prezzo concorrenziale (100 rupie al giorno) a patto che lui e la sua famiglia potessero entrare di tanto in tanto a prendere le cose che avevano nell’armadio.
Accettai e dal giorno dopo iniziai la mia vita al Milk Man Guest House di Pushkar.

Photos of Milkman Guest House, Pushkar
This photo of Milkman Guest House is courtesy of TripAdvisor

In foto: il milkman guest house di Pushkar, proprio lui.

Pushkar – Baba, baba…

Se c’e’ una cosa che mi ricordo di quei giorni a Pushkar fu il contatto con i venditori indiani d’assalto che abbondano per le strade delle localita’ turistiche. Come ogni occidentale che percorra le strade dell’India mi accingevo a vivere lo scontro interiore tra un’educazione rigida e la necessita’ di tenere a bada tali individui che mi si avvicinavano proponendomi le piu’ svariate offerte: dalle cartoline alle forbici al famoso Pushkar passport ( un braccialetto rosso che un finto brahmino lega al polso dei turisti per fingere di benedirli e poi chiedere in cambio ricche mance).

Nei primi giorni ovviamente cercavo di essere il piu’ accomodante possibile, cortese e alle volte mi facevo pure infinocchiare, non lo nascondo, ma sempre nei limiti. Una cosa che pero’ non ti lascia mai mentre sei li’ a spasso e’ il richiamo continuo di costoro:” Baba, baba…!”, il temine “baba” significa “mister” ed e’ una forma abbastanza cortese per chiamare qualcuno oltre al piu’ blasonato “babaji” che pero’ si riserva a figure degne di rispetto (padri o persone piu’ anziane di colui che parla, guru…).

Tornando ai fatti; ero a spasso per le stradine di Pushkar sotto il sole perpendicolare del Rajashtan (spelling incerto) e dal vociare multicolore della strada emergeva sempre un “baba, baba… tshirt?” per me.

Quel giorno mi presi un po’ di tempo per cercarmi un ostello piu’ economico e con un’atmosfera piu’ carina di quello della prima notte nel quale c’erano pochi ospiti, quelli che c’erano mi doppiavano in eta’ e consistenza del portafoglio.

Gira che ti rigira in quel florilegio di cartelli, insegne e poster iniziai a seguire dei cartelli che indicavano la “Milk man Guest House”. Avevo letto sulla guida di questo Milk Man e m’ero incuriosito. Cosi’ dopo una breve passeggiata fra vicoli foderati di bovasse e di vacche parcheggiate stabilmente in mezzo alla strada arrivai al piccolo portoncino della guest house.  Giusto davanti alla porta una cacca di vacca grande come un’anguria. Feci lo slalom per arrivare al portoncino e bussai. Arrivo’ ad aprirmi una giovane ragazza indiana che mi fece accomodare nella “hall” – chiamiamola cosi’ – della guest house.

Dopo tutta quella calura faceva piacere entrare in un luogo all’ombra, fresco. E’ una delle piu’ belle sensazioni in India, lasciar fuori dalla porta tutto il mondo fuori, con il suo caos, la sua imprevedibilita’ e prendersi una breve pausa da tutto. Uff…

Pochi minuti dopo arrivo’ il fratello della ragazza per mostrarmi le stanze che avevano a disposizione e mi mostro’ tutto l’ostello che si estendeva (mortacci loro ) su ben cinque piani in altezza. Nonostante la palazzina non fosse molto ampia erano riusciti a ricavare molte stanze, la maggior parte delle quali abbastanza carine. All’ultimo piano, delizia delle delizie, un piccolo cafe’ con poltroncine, cuscini e materassi a terra che completavano il quadretto perfetto della guest house indiana ricca di gioventu’, tempo libero e milk shakes al mango.

La mia sensazione fu subito buonissima e il mio sesto senso gia’ mi avvertiva che sarei stato li’. Quel giorno al cafe’ sedevano degli altri ragazzi che come me stavano passando per Pushkar mentre attraversavano l’India e mi fermai a fare quattro chiacchere con loro.

Mi trovai cosi’ bene a chiaccherare con gli avventori e con il ragazzotto indiano che mi aveva mostrato tutto l’ostello che costui, inteso che ero italiano mi invito’ a cena perche’ -disse – era un grande appassionato della cucina italiana e stava preparando una lasagna per la cena. Lasagna? Oh my God! Come potevo mancare?

Purtroppo pero’ il ragazzo mi disse anche che per la notte seguente non avrebbero avuto modo di ospitarmi: erano al completo anche se…

nella foto: una turista che si fa infinocchiare con l'antico stratagemma del Pushkar passport...

Cosa successe dopo?

La mattina mi svegliai di buon’ora (le 10) e scesi per strada a fare colazione.

La stradina centrale di Pushkar mi offriva uno spettacolo totalmente diverso da quello che avevo visto la notte precedente: bancarelle ovunque, cianfrusaglie in vendita, magliette, parafernalia per fumare, cammelli, turisti sparsi e gente gente gente in ogni dove.

Sotto il sole cocente ispezionai un po’ le stradine laterali e mi fermai in un ristorantino a mangiare un boccone.

Avrei dovuto trovarmi con Alex all’ostello che lui stesso mi aveva consigliato ma avendo perso il cellulare e non essendosi presentato lui all’ostello ero nelle mani del destino o meglio, del caos. Il che ha un suo senso, in India.

Trovai Alex seduto praticamente sul ciglio della strada dove operava un piccolissimo juice bar che offriva spremute di tutti i tipi.

Con lui c’era una donna: Suzanna.

Suzanna, quarantenne canadese (se non erro) che si divide tra India e il suo paese natio per lavoro, ha sposato un indiano e ha avuto una splendida bambina da questa relazione.

Difficilmente avrei potuto immaginare come quel fugace incontro avrebbe potuto far prendere una e piu’ pieghe inaspettate al mio viaggio indiano… dopo una chiaccherata con Alex in cui imparai che l’unica acqua veramente minerale venduta in India e’ la carissima Himalaya mentre le altre sono praticamente prive di sali minerali (il che puo’ causare alcuni problemi di salute al viaggiatore, nausee e simili) lui mi invito’ da li’ a qualche giorno a visitare lui e la famiglia di Suzanna nella fattoria che questi avevano poco fuori Pushkar.

Ero molto contento di questo invito, di poter vedere con i miei occhi dei veri indiani, visto che passando per le strade battute del turista si conoscono solo altri turisti ed indiani “macchiati” dal passaggio dell’occidente, personaggi sempre votati al business, al profitto e in poche occasioni veramente sinceri ed aperti.

Salutai Alex e Suzanna e continuai il mio giro alla scoperta di questa piccola Pushkar in cui mi trovavo con l’obiettivo chiaro di trovare un ostello piu’ economico di quello dove soggiornavo.

 

Cose che si possono incontrare passeggiando per Pushkar

 

Dopo aver visitato alcuni ostelli segnati sulla mia ottima “Rough guide India” mi addentrai in un vicoletto minuscolo seguendo un cartello che diceva “Milk Man Guesthouse”… I was in for a big surprise, come si dice in inglese.

Questo pero’ ve lo racconto la prossima volta, prometto.

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